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COMUNICATO STAMPA FEDERPROPRIETA'- ARPE

Ancora proroghe degli sfratti . A quando una seria politica della casa? [...]
NEWS ARPE
09.02.2012
Pescante: Roma corre per le Olimpiadi 2020
L’impegno dello Stato si ridurrà a 4,5 miliardi per effetto degli impianti già esistenti

Parlare con Mario Pescante è un viaggio nella storia dello sport italiano degli ultimi 50 anni. Segretario generale del CONI dal 1973, ha guidato per sette volte la delegazione italiana alle Olimpiadi estive e 5 volte a quelle invernali. Presidente del CONI dal 1993 al 1998, membro del Comitato olimpico internazionale (CIO) dal 1994, ne è stato nominato vicepresidente nel 2009. Sottosegretario allo sport nei governi Berlusconi I e II, è stato eletto deputato nel 2006 e confermato nel 2008. Ricopre attualmente la carica di presidente della Commissione parlamentare Politiche della comunità europea della Camera dei deputati. Nel mese di febbraio del 2011 è stato nominato presidente del Comitato promotore per le Olimpiadi a Roma nel 2020. Tra le cariche internazionali spicca quella di Membro osservatore permanente presso l’Assemblea dell’Onu.

D. On. Pescante la strada da percorrere rimane lunga e difficoltosa ma, secondo lei, possiamo farcela?
R. Partiamo tutti alla pari poiché tutte e sei le città che si sono proposte per ospitare i giochi del 2020, Roma, Madrid, Istanbul, Tokio, Baku e Doha faranno il possibile per raggiungere l’obiettivo finale. La prossima selezione che attuerà il CIO a metà 2012 le ridurrà a quattro e, sinceramente, credo che sia Baku sia Doha abbiano meno possibilità delle altre a proseguire la loro corsa. A quel punto inizierà la vera sfida. Le altre concorrenti hanno il vantaggio di aver presentato più volte la loro candidatura, non devono fare altro che migliorare il loro dossier, noi dobbiamo redigere il rapporto cominciando da zero ed esercitare una pressante azione di lobbying. È vero che le attuali città in corsa sono state sconfitte nelle precedenti elezioni per ospitare i Giochi, ma hanno acquisito un patrimonio di esperienze che faranno valere. Noi dobbiamo rimboccarci le maniche e impegnarci al massimo. La cosa non mi spaventa ma certamente solo con il massimo consenso a livello politico, sociale e di opinione pubblica, possiamo competere alla pari con gli altri.

D. Lei ha sempre detto che la nostra migliore carta da giocare, in un momento di gravissima crisi economica del nostro Paese e dell’intero mondo occidentale, deriva dal fatto che circa il 70 per cento delle infrastrutture sportive sono già esistenti e funzionanti. Quali sono gli impianti olimpici che devono ancora essere realizzati?
R. Il CIO è alla ricerca di come ridurre il fenomeno del gigantismo che ha caratterizzato gli ultimi Giochi. In alcuni casi sono state costruite vere e proprie cattedrali nel deserto che poi non sono state più utilizzate. Atene e Pechino ne sono un esempio. Basti pensare che lo stadio costruito per le Olimpiadi cinesi del 2008 è stato utilizzato solo altre due volte per incontri di calcio di squadre italiane. Le nostre dovranno essere Olimpiadi sobrie ma come ho già detto la maggior parte dei nostri impianti è già esistente. L’Olimpico, rinnovato in occasione dei mondiali di calcio del 1990 e dei mondiali di atletica del 1987, il magnifico scenario di Piazza di Siena per l’equitazione, l’ampliamento dello stadio Flaminio per il rugby e le strutture del nuoto che, recentemente, hanno ospitato i mondiali. Per completare gli impianti sportivi dovremo spendere pochissimo perché in effetti, di nuovi, ne occorrono solo tre: un velodromo per il ciclismo, un grande palazzo dello sport, che si dovrebbe realizzare a Tor Vergata, e il bacino remiero. C’è quindi da tener conto degli investimenti urbani che prevedono la costruzione di un Parco fluviale per la navigabilità del Tevere sino a Ponte Milvio, l’ampliamento dell’aeroporto di Roma-Fiumicino, gli interventi sulle infrastrutture destinate alla mobilità nel centro storico, tutte opere dai cui trarrebbero grande vantaggio i cittadini della Capitale. L’impegno complessivo dovrebbe aggirarsi attorno ai 10 miliardi di euro che prevedono finanziamenti privati, contributi del CIO, degli sponsor e della vendita dei biglietti per un importo che ridurrebbe a 4,5 miliardi l’impegno pubblico.

D. Per lottare uniti in nome di Roma e dell’Italia occorre che si abbassino gli steccati della politica. Su questo ha trovato corrispondenza in Parlamento e nei responsabili degli Enti locali, Comune, Provincia e Regione?
R. Il mio primo impegno è stato proprio quello di trovare una convergenza tra tutte le componenti politiche e devo dire che la materia da trattare mi ha aiutato molto. Lo sport unisce, abbatte le barriere, per cui posso affermare che esiste un consenso trasversale senza distinzioni di sorta. Per quanto riguarda il CONI è evidente l’appoggio totale che viene dai responsabili dello sport italiano così come del resto è stato da parte del sindaco Alemanno, del Presidente della Provincia Zingaretti e del Governatore del Lazio Polverini. D. Roma è comunque la città dove c’è la tradizione di gettare una monetina nella Fontana di Trevi con la speranza di poter tornare per ammirare le sue bellezze inimitabili. Può bastare questo per assicurarsi le Olimpiadi? R. Roma è bellissima, meravigliosa, con i 2700 anni di storia che scorrono ai suoi piedi, ma non può essere solo questa la carta vincente. Efficienza, rigore e preparazione sono altrettanto fondamentali in un mondo in cui i cambiamenti sono rapidissimi. C’è poi da sottolineare che oggi, in meno di un’ora, si raggiunge in aereo qualsiasi angolo dal nord al sud del nostro paese. Poco più ci si mette con il treno per visitare città come Firenze, Venezia, Torino, Milano, Napoli, Palermo conosciute in tutto il mondo. Sarebbe quindi tutta l’Italia a trarne vantaggio dal punto di vista economico per l’incremento delle presenze turistiche. Roma è inoltre ricordata per i suoi precedenti del 1960, le Olimpiadi dal volto umano. Abebe Bikila, l’etiope vincitore della maratona a piedi scalzi, le due Germanie che sfilarono unite, Wilma Rudolph, la gazzella nera, ecc.

D. A questo punto fra Madrid, Istanbul e Tokio chi teme di più?
R. Sono tutte e tre concorrenti formidabili. Di Madrid temo il blocco politico geografico del mondo ispanico presente nel Sudamerica e il fatto che questa è la terza volta che si candida. Quindi potrà avvalersi delle esperienze del passato. Di Istanbul mi preoccupa soprattutto il fatto che la Turchia sia il paese con il PIL più alto dopo la Cina. Tutta la nazione è un immenso cantiere e potrebbe avere dalla sua parte le simpatie dell’intero mondo islamico. Per quanto riguarda Tokio raccoglie la solidarietà per la catastrofe che ha colpito il Giappone. Il loro progetto è già totalmente garantito dalle banche e da fondi pubblici e, per tradizione, qualsiasi cosa abbiano realizzato ha sempre ottenuto grande successo ad altissimi livelli.
09.02.2012
Roma: cosa si è fatto,cosa si farà nel 2012
“La Proprietà edilizia” ha intervistato i capigruppo in Consiglio comunale della maggioranza e dell’opposizione.

Cosa ha rappresentato il 2011 per le due principali forze politiche capitoline? E cosa riserverà il 2012 al PdL, che governa la Capitale, e al PD, che è il maggior partito d’opposizione? Ci potranno essere convergenze o sarà strenua contrapposizione? Quali sono i sogni nel cassetto e i progetti realizzati di cui vantarsi? La Proprietà edilizia lo ha chiesto ai rappresentanti dei due partiti, Luca Gramazio, capogruppo del Popolo della libertà, e Umberto Marroni, capogruppo del Partito democratico.

Il tema della casa è quello che ovviamente sta più a cuore a La Proprietà edilizia. «Questa è sicuramente l’emergenza sociale più pesante che ereditiamo dall’amministrazione precedente – disse Gramazio all’atto di insediamento della Giunta Alemanno – Questo è il momento di cominciare a dare una risposta a coloro che hanno delle aspettative, che stanno da anni nelle graduatorie, che non capiscono quali sono i metodi e i motivi per i quali non riescono a raggiungere il sogno di avere una casa.

Il Comune deve fare una grande scelta di pulizia, di metodo, e di merito, per far sì che ogni cittadino sappia quale sia realmente il suo destino. Poi, naturalmente, realizzeremo il grande progetto dell’housing sociale per costruire 20 mila alloggi».

Di rimando Marroni: «È singolare come con l’accentuarsi dell’emergenza abitativa si moltiplichino solo gli annunci, gli affidamenti di incarichi, le gestioni commissariali e l’aggiunta di membri nella commissione incaricata di giudicare le proposte per il reperimento delle aree destinate all’housing sociale. Così da un anno e mezzo nulla di concreto sul fronte casa.

Invece di dare corso agli atti relativi ai 32 piani di zona per l’edilizia economica e popolare, sui quali sono già pronti i fondi della Regione Lazio per la realizzazione di 6500 alloggi, al contrario si continua a perdere tempo e ad annunciare solo misure eccezionali.

Un esempio: dopo la pubblicazione ad ottobre 2008 del bando per il reperimento delle aree destinate all’housing sociale, altra misura annunciata per far fronte all’emergenza abitativa, la commissione istituita per esaminare le 328 offerte invece di concludere i propri lavori, vista la drammaticità che assume la necessità di alloggi, è stata solo pochi giorni fa dalla Giunta integrata nella sua composizione da un altro membro con ulteriore probabile prolungamento dei lavori.

La linea di Alemanno sembra indirizzata al ritorno della politica dei residence che, oltre a comportare un ulteriore aggravio economico per le finanze capitoline, non risponde alla necessità di alloggi e al caro-affitti.

Una linea cui ci opponiamo con forza in quanto sono accessibili da subito i programmi per soddisfare la penuria di case».

Nonostante sia stato impugnato davanti alla Corte costituzionale, il nuovo piano casa del Lazio è quasi interamente operativo. A fugare i dubbi sulla possibilità di presentare domanda per gli interventi di ampliamento e sostituzione è stato il vicepresidente della Regione e assessore all’Urbanistica Luciano Ciocchetti, secondo cui è operativo al 99%. In molti avevano dubitato che tutto fosse fermo a causa dell’impugnativa del Consiglio dei Ministri, che però – ha spiegato il vicepresidente – riguarda solo alcuni aspetti della norma.

I primi sei articoli della legge regionale 10/2011 non sarebbero stati contestati dall’impugnativa, lasciando quindi agli interessati la possibilità di continuare a presentare le istanze di ampliamento, aperte dal 15 settembre scorso. Ai sensi della nuova legge regionale, per cambi di destinazione d’uso, demolizioni e ricostruzioni con premio di cubatura e recupero dei volumi accessori, si dovrà invece attendere fino al 31 gennaio.

Ricordiamo che la partenza a scaglioni in base alla tipologia dei lavori è stata decisa dalla legge sull’assestamento di bilancio, che ha modificato il nuovo piano casa prima della sua pubblicazione sul Bollettino ufficiale. Per chiarire eventuali dubbi delle amministrazioni sulla possibilità o meno di accettare le domande presentate, la Regione ha inviato lettere a tutti i Comuni.

Ma Ciocchetti in un certo senso è stato smentito dal sindaco Alemanno che prima di Natale ha precisato: «Sul piano casa è in programma una delibera che dovrà applicarlo indicando i luoghi e le zone in cui i meccanismi di accelerazione dovranno essere applicati. Quanto dichiarato da Ciocchetti non mi risulta».

Ma torniamo al confronto-scontro fra i due capigruppo.
09.02.2012
No a nuove tassazioni
Il Governo Monti ha elaborato la seconda, monotematica ed ormai quasi sadica, stangata fiscale sugli immobili che colpisce ancora una volta i proprietari di casa rappresentanti l’ottanta per cento della popolazione italiana. Questo provvedimento determinerà una dilagante recessione e quindi ulteriore disoccupazione.

FEDERPROPRIETÀ dice basta alle solite manovre basate esclusivamente su nuove tassazioni. Si impone una immediata ripresa economica per un rilancio dei consumi penalizzati, nelle ultime festività natalizie, da una diminuzione del giro di affari per 400 milioni di euro.

FEDERPROPRIETÀ rileva quanto invece sarebbe stato più opportuno, da parte del Governo Monti, provvedere a tagli incisivi sulla spesa pubblica; eliminare i rimborsi ai partiti; incrementare la lotta all’evasione; favorire le privatizzazioni; incentivare la vendita dei beni dello Stato.

FEDERPROPRIETÀ anche a nome del Coordinamento Unitario della Proprietà Immobiliare rinnova la richiesta di un immediato incontro con i rappresentanti del Governo per una consultazioni sulle problematiche in atto.
09.02.2012
Sicurezza degli immobili e agevolazioni fiscali
In tema di conservazione del patrimonio edilizio, avanzata una proposta tendente a incoraggiare i proprietari a far controllare gli edifici in cambio di deduzioni sull’IMU



«CASA – Sicurezza ed Energia» era il tema di un convegno che si è tenuto al Palazzo dei Congressi di Roma-EUR, organizzato dall’Unione Romana Ingegneri e Architetti (URIA), con la collaborazione di ENEA, ARPE-FEDERPROPRIETÀ, Ordine degli Ingegneri di Roma, Unione Cattolica Italiana Tecnici (UCIT) e UNEDI, dove è stato affrontato unitariamente, secondo le rispettive specificità di queste associazioni, il problema della sicurezza del territorio e degli edifici, trattandone i vari aspetti, al fine di definirne i termini e le possibili soluzioni tecniche, operative e procedurali, con i relativi costi e attraverso idonei provvedimenti legislativi.

Il problema della sicurezza ha manifestato la sua gravità attraverso numerosi e disastrosi eventi naturali, legati anche a comportamenti più o meno dolosi, provocando sciagure gravissime, perdita di vite umane, danni e costi ingentissimi per soccorsi, ricostruzioni, ripristini, indennizzi, ecc. Già da un primo esame, gli interventi necessari per prevenire gli eventi calamitosi appaiono difficili, costosi e crescenti con l’andar del tempo, l’uso edilizio intensivo del territorio e l’invecchiamento degli edifici. Ciò complica l’individuazione dei rischi che si corrono e delle opere per affrontarne le conseguenze, oltre al reperimento delle relative risorse (si richiama peraltro la lettera inviata da Federproprietà al precedente governo e pubblicata nel n.11/2011).

Il prof. ing. Massimo Cestelli Guidi, grande esperto della materia, è entrato, in particolare, negli aspetti tecnici, anzitutto in merito alla “durata” della vita degli edifici in relazione ai rispettivi tempi, materiali e tecniche di costruzione, con particolare riguardo per il calcestruzzo di cemento armato, che non è un prodotto naturale come la pietra, ma il frutto di un mix di vari componenti (cemento, ghiaia, sabbia, acqua, ferro), la cui resistenza dipende dalla loro miscela, che deve rispondere a precisi dosaggi e qualità e che fino a non molti anni, fa avveniva nei singoli cantieri, con i rischi immaginabili sulla correttezza dell’operazione. Inoltre ha posto in evidenza come l’impiego di questa tecnica costruttiva sia stato graduale, dai primi decenni del secolo scorso, per divenire sempre più diffuso, ma ancora senza adeguate esperienze nell’immediato secondo dopoguerra, fino a essere applicata pressoché sempre e ovunque solo dagli anni ’60, garantendo anche le lavorazioni attraverso la preparazione dell’impasto, svolta in strutture centralizzate, poi trasportato e messo in opera con opportune strumentazioni.

Tutto ciò comporta il rischio che la durata delle strutture portanti sia soggetta a limiti, minori o maggiori, dipendenti da molti fattori, soprattutto dalle modalità d’uso, ma non eterni. Oggi è possibile accertare con relativa facilità e buoni risultati lo stato di conservazione di tali strutture e, ove occorra, provvedere prima di eventuali collassi. Stabilita la disciplina da applicare subito nelle nuove realizzazioni, data la mole dell’arretrato, occorre poi definire le priorità degli accertamenti sui manufatti esistenti, con relative tecniche e modalità, in base a predeterminati motivi obiettivi di precedenza o addirittura urgenza. Un primo motivo è certamente l’anzianità del manufatto o particolari circostanze critiche in essere al momento della costruzione; un secondo motivo è l’accertamento dell’uso corretto o meno del fabbricato, non tanto dal punto di vista della disciplina urbanistica quanto da quello del tipo ed entità dei carichi ai quali è sottoposto.

Ma il problema presenta aspetti etici che superano qualsiasi altra valutazione e, poiché si tratta anzitutto della tutela della vita dei cittadini, la sua soluzione non può seguitare a essere rinviata, pena l’assunzione di responsabilità nel caso di ulteriori sciagure. A tal fine, le associazioni citate hanno avviato un esame complessivo del problema e l’UCITecnici, in occasione dei recenti avvenimenti calamitosi, ha affermato che per i gravi motivi etici coinvolti, questo tema assume assoluta priorità rispetto a qualunque altro di carattere urbanistico, edilizio, ecc. e, anche al fine di accelerarne i primi interventi, propone di affrontare con assoluta priorità l’aspetto preliminare della ricerca delle risorse finanziarie necessarie, tenuto conto dell’attuale crisi economica di livello internazionale e degli strumenti adottati per la sua soluzione.

Mi riferisco, in particolare, alla scelta del patrimonio edilizio come fonte principale delle risorse finanziarie per recuperare il pauroso debito pubblico. Si tratta di imposizioni fiscali non “di scopo”, soprattutto laddove colpiscono immobili residenziali, trascurando che la “casa” è un bene assolutamente primario per tutti i cittadini, che finora hanno pagato un tributo, diretto e indiretto, elevatissimo.

Nel momento in cui la pressione fiscale degli ultimi decenni sembrava attutirsi, con l’abolizione del blocco degli affitti, con l’esenzione dall’ICI sulla “prima casa”, e con l’introduzione della cedolare secca per la tassazione Irpef, si vorrebbero imporre nuovi tributi resi più pesanti dalla rivalutazione degli estimi catastali.

La nuova tassa, che si chiamerà IMU, appare assai discutibile, almeno da un punto di vista etico, perché colpisce non solo i profitti, ma anche i patrimoni. Va tenuto conto che i tradizionali grandi patrimoni immobiliari, privati come pubblici, sono ormai praticamente scomparsi, dando luogo a una proprietà edilizia diffusa, polverizzata, di grande valore sociale, come rivela la percentuale dell’80% di famiglie proprietarie dell’alloggio che occupano. Il ripristino dell’ICI sulla prima casa, in pratica sul proprio alloggio, colpisce quindi otto su dieci famiglie italiane nel loro bene primario, per il quale, nella gran parte dei casi, hanno già fatto sacrifici finanziari per i quali andrebbero premiati. Sarebbe stato più equo ridurre almeno il danno con altri prelievi.

Ma, considerato che la situazione richiede sacrifici e che sulla “casa” incombono e incomberanno altri oneri, se si vogliono evitare i rischi di crolli in un patrimonio che sta divenendo vecchio e sempre più vittima di eventi pericolosi per la sua incolumità, sarebbe opportuno dare intanto un segnale, cominciando con quote modeste, da impiegare, con quote maggiori nel tempo, nella “messa in sicurezza” del patrimonio edilizio, che si seguita colpevolmente a esorcizzare non appena passa la fase acuta dei disastri. Di questo problema, le associazioni che hanno organizzato il convegno si stanno occupando attraverso studi e soluzioni operative, ma trovano un ostacolo di difficile soluzione nel reperimento delle notevoli risorse finanziarie necessarie.

La proposta dell’UCITecnici è di incoraggiare i proprietari dell’abitazione da essi occupata ad assicurarne anzitutto la solidità statica attraverso un idoneo accertamento tecnico, per evitare eventuali dissesti prima che sia tardi.

L’incentivazione potrebbe consistere nella deduzione, progressiva nel tempo, dall’importo dell’IMU del costo dell’accertamento. In parallelo, per attenuare l’aspetto etico del prelievo, lo si potrebbe attribuire a un capitolo di spesa riservato ai rimborsi totali o parziali sia degli accertamenti tecnici, sia degli interventi necessari per prevenire danni al patrimonio esistente, sia di quelli di recupero dell’edilizia distrutta o danneggiata da eventi calamitosi, sia, infine, per la realizzazione e manutenzione dell’edilizia residenziale e sociale in modo particolare, che resti comunque a carico del bilancio statale.

Tutto ciò consentirebbe ancora allo Stato di recuperare un gettito non indifferente, crescente nel tempo, attraverso gli introiti fiscali relativi alle attività connesse a tale accertamento e agli eventuali conseguenti lavori, concorrendo a rimettere in moto la “crescita” attraverso un’attività che, fra l’altro, sostituirebbe quella ora in crisi, che è destinata ad aggravarsi, per non parlare dell’aspetto etico di evitare le conseguenze delle sciagure e ridurre i costi conseguenti.

Le associazioni della proprietà edilizia, d’intesa con le competenti categorie imprenditoriali e professionali coinvolte, potrebbero impegnarsi nell’organizzazione e realizzazione delle varie fasi di questo processo, con notevoli ricadute positive di vario tipo per l’intera comunità nazionale.

Un programma operativo potrebbe articolarsi, in linea di massima, nelle seguenti fasi:

Accertamento delle condizioni di stabilità dei terreni edificabili e, ove occorra, edificati, soprattutto in relazione al rischio sismico, ai dissesti idrogeologici e alle conseguenti normative per le progettazioni di edifici e opere infrastrutturali, da applicare per tutti i nuovi interventi.

Formazione di un albo di tecnici specializzati nelle verifiche statiche delle strutture edilizie, attraverso corsi e conseguenti attestati, presso Università e altri eventuali organismi autorizzati, com’è avvenuto per l’applicazione delle nuove leggi sulla sicurezza nei cantieri.

Definizione delle priorità per gli accertamenti preliminari, in base a valutazioni obiettive dei gradi di pericolosità dei fabbricati esistenti.

Avvio degli accertamenti di cui al punto precedente, con rilascio di certificato attestante lo stato di efficienza e, se non soddisfacente, i motivi, con l’invito o la prescrizione a eseguire gli interventi necessari, entro tempi definiti. Appare, infine, anche opportuno creare strutture edilizie destinate a ospitare, per il tempo necessario, gli abitanti (e relative masserizie) di immobili soggetti a interventi di restauro o di straordinaria manutenzione ritenuti necessari e improcrastinabili per motivi di sicurezza.
30.12.2011
Grattacieli: a Roma problemi di compatibilità
Il Sindaco Alemanno ha nominato una commissione con «il compito di individuare i nuovi siti adatti a ospitare edifici con tipologia a sviluppo verticale».

Questa definizione appare piuttosto ermetica e, comunque, generica, ma, nello stesso tempo, rivela una scelta già scontata, pur espressa ancora in termini approssimativi.

Mi auguro che il Sindaco onori l’impegno assunto tempo addietro con i cittadini, quando, avvertita l’importanza del tema per Roma, annunciò che lo avrebbe sottoposto a consultazione popolare, senza pregiudiziali politiche.

Ancora Alemanno, accennando al programma «Millennium, per la modernizzazione e lo sviluppo della città» da lui proposto, ne individuò così gli obiettivi:
«Una città bella da vivere, dal centro alla periferia. Una città moderna, tecnologica, efficiente, fra gli splendori del suo passato. Una città che coniuga natura e arte, economia e inclusione sociale, accoglienza e sicurezza». I grattacieli non sono certo compatibili con le splendide, caratteristiche visuali che si godono dal Gianicolo, Pincio, Trinità dei Monti, ecc.

Non mi soffermo sulla scelta dei componenti della Commissione, ma certamente essi non coprono l’arco delle numerose conoscenze e sensibilità interessate e competenti sul delicato tema.

Essa conferma il dubbio che le conclusioni siano già scontate, sottovalutando il tema. Infatti, si tratta di una tipologia edilizia che non tiene conto dell’esigenza di salvaguardare un patrimonio storico-artistico unico al mondo, non localizzato solo nel centro storico ma diffuso nel vasto territorio metropolitano, caratterizzandone l’ambiente.

Inoltre, non si tiene conto che, in genere, non si costruiscono grattacieli in periferia, se non per caratterizzare nuovi centri direzionali, inesistenti e non previsti a Roma al di fuori della città consolidata. Non voglio seguitare a trattare il tema senza definirne prima i termini nei quali deve essere affrontato, non condizionandolo a soluzioni predeterminate. Il problema non è grattacieli sì – grattacieli no, ma la definizione di una disciplina per le altezze degli edifici nelle varie parti della città, precisando da quale altezza in poi gli edifici … grattano il cielo.

Questa disciplina, fino ad alcuni anni fa costituiva un contenuto non solo del regolamento edilizio, ma anche degli strumenti urbanistici, generali e particolareggiati, quale componente primaria dei nuovi insediamenti edilizi così come delle trasformazioni urbane; soprattutto in queste ultime, infatti, l’aumento delle altezze non risponde tanto a una scelta compositiva, quanto a un mezzo per aumentare le cubature degli edifici esistenti.

Ma gli standard urbanistici, risalenti a quasi 50 anni fa, disciplinando la dimensione degli spazi pubblici in proporzione alle superfici utili degli edifici, residenziali e non, sancirono in pratica i valori massimi ammissibili per la densità territoriale e, di conseguenza, l’indifferenza delle altezze degli edifici ai fini della cubatura massima edificabile.

Le altezze tornano a essere una scelta compositiva, rispondente a esigenze essenzialmente legate alla natura e uso degli edifici, cui però non corrisponde sempre la qualità architettonica, tanto più importante a seguito della visibilità che essi assumono nel paesaggio urbano.

Ciò rende spesso i grattacieli elementi di disturbo piuttosto che di abbellimento del paesaggio; ne consegue che, per assurdo, un insieme fitto di grattacieli possa essere più gradevole - o meno sgradevole - di qualche grattacielo di qualità sparso in un insieme di edifici di altezze più modeste.

Si aggiungano, soprattutto dopo la tragedia delle Twin Towers di New York (sulle quali, la mattina dell’11 settembre di un anno prima della loro distruzione, non ebbi il coraggio di salire), motivi di sicurezza, che hanno fatto augurare al noto urbanista e storico dell’architettura Salìngaros «la morte di questa tipologia di palazzi senz’anima», notando che la rinuncia a edificarli non avverrà tanto per motivi architettonici o diversa visione dell’urbanista, quanto per motivi pratici di altro tipo, perché son divenuti troppo pericolosi e svantaggiosi per le società di assicurazione.

Si esprimono in tal senso anche Krier e la nuova Carta di Atene presentata nel 2003 a Lisbona, che rifiutano i progetti a grande scala, come i grattacieli. A questi si può paragonare, in fondo, il lungo edificio di Corviale, posto in orizzontale anziché in verticale.

Queste valutazioni contrarie ai grattacieli si sommano, a Roma, all’impatto che avrebbero con i valori storici, artistici, spirituali e i relativi edifici che, fortunatamente, sono stati fino a oggi piuttosto salvaguardati, diversamente da quanto è avvenuto nei due secoli scorsi in molte altre grandi città europee, nelle quali, dopo un periodo di maggiore salvaguardia nel dopoguerra, almeno in alcune di esse come Amsterdam, negli ultimi anni il ritmo e le caratteristiche delle trasformazioni urbanistiche, talora con l’alibi delle distruzioni belliche, trascura i valori e il rispetto del patrimonio edilizio e urbanistico antico.

Riguardo alla salvaguardia di tale patrimonio storico e, in generale, dell’ambiente urbano e dell’Agro romano, sparso anche nell’ampio territorio esterno alle Mura Aureliane, ricordo le testimonianze antiche e recenti di personaggi come gli storici dell’urbanistica Gustavo Giovannoni e Marco Romano [v. n. 5.2011, Samperi, Elogio della corretta ordinaria amministrazione, ndr] che hanno motivatamente criticato la tipologia del grattacielo pressoché ovunque, ma, in ogni caso, escludendola senz’altro per Roma.

Il segreto di questa città è stata la formazione, lenta ma continua nella storia, conforme al proprio genius loci, a partire da un’epoca antichissima, quando il ruolo di centro di un grande impero le aveva conferito la possibilità di realizzare opere monumentali, che nei secoli si sono conservate, anche se in una realtà archeologica, forse più per le sedimentazioni che le hanno sotterrate per secoli che per la cura dell’uomo, ma che hanno tramandato significati culturali che, grazie anche al Papato, soprattutto nel ‘500, hanno saputo impostare la struttura della città moderna che, superato indenne quella antica durante l’800 e il ‘900, consente ancora oggi a Roma di mantenere il suo fascino.

Sarebbe grave trascurare questi precedenti e compromettere una storia che ci ha trasmesso un patrimonio che ha conservato i valori della sua formazione, realizzando nuove strutture che, rispetto alle precedenti che caratterizzano la città, presenterebbero un volto di grande apparenza ma, in realtà, precario. Per molti motivi, si può affermare che oggi il problema della realizzazione di grattacieli a Roma vada affrontato con grande sapienza e prudenza, considerato anche che la presa d’atto della nuova configurazione metropolitana, formatasi gradualmente e spontaneamente, potrà procurarne un migliore assetto e sviluppo, che dovrà manifestarsi con un’espansione edilizia delocalizzata all’esterno della città consolidata, in centri di dimensioni tali da assumere notevole autonomia organizzativa. Prestando attenzione alle delicate caratteristiche ambientali presenti anche nel territorio provinciale, si potrà studiare la possibilità, pur non condividendone personalmente i benefici, di realizzarvi edifici di una certa altezza al solo fine di accentuare la visibilità e il richiamo delle strutture direzionali delle quali i nuovi centri satelliti dovranno fornirsi.

Va poi sottolineato che negli Stati Uniti, dove i grattacieli sono nati, è iniziato un sostanziale ripensamento di tale tipologia in moltissimi Stati.

I Paesi nei quali il fenomeno registra realizzazioni sempre più ardite e pubblicizzate, sono soprattutto quelli che, uscendo da un sottosviluppo economico, ritengono di gareggiare attraverso questa esibizione, di autentico “provincialismo”, attraverso una tipologia che nel mondo occidentale è in via di dismissione e, comunque, limitata a casi nei quali si cerca soltanto una visibilità a sfondo pubblicitario.

Per completare un quadro propositivo, senza entrare qui nei dettagli, deve essere avviata una grande campagna informativa su questo tema, offrendo occasioni per un ampio e qualificato dibattito che coinvolga tutte le realtà cittadine interessate alle scelte culturali e operative da compiere, a cominciare dalle associazioni che si occupano degli studi sulla storia di Roma e della difesa del suo patrimonio storico, per giungere a stabilire, attraverso una specifica normativa di p.r.g., i criteri e i limiti delle altezze degli edifici, secondo i seguenti indirizzi:
• città storica: conservazione delle
altezze e delle sagome esistenti;
• città consolidata circostante:
conservazione di volumi e altez
ze esistenti e, comunque, il limi
te massimo predominante, pro
prio della vecchia tipologia in
tensiva, di m 28;
• periferia: completamenti e tra
sformazioni ammissibili fino a m.
60 già adottati nell’EUR per
edifici rappresentativi, soprattut
to pubblici, attraverso strumenti
attuativi planivolumetrici;
• aree più esterne (agricole e, co munque, al di fuori del GRA): dove non dovranno più preve dersi nuovi complessi urbanistici significativi attraverso nuove edificazioni, da rinviare all’area metropolitana, applicando la stessa disciplina delle periferie.

Italia Nostra ha promosso recentemente una conferenza stampa al fine di precisare la propria posizione sul tema dei grattacieli. Dopo l’esposizione di una relazione di chi scrive, il prof. Ettore Mazzola e il prof. Gabriele Tagliaventi hanno esposto due relazioni, sull’insostenibilità degli edifici “energivori” nell’era della sostenibilità e una rassegna di «vecchi grattacieli per sfigurare un patrimonio nel contesto romano», con la proiezione di una serie di detti edifici, sparsi per il mondo, soprattutto nel Medio ed Estremo Oriente, non compiuti o demoliti o inutilizzati.

È stata proiettata anche un’interessante videoconferenza del già citato Nikos Salìngaros, che ha approfondito il tema dei grattacieli dal punto di vista dell’ammissibilità di questa tipologia edilizia.

È stato infine redatto un appello al sindaco Alemanno, inteso a rivedere l’impostazione del problema a Roma, giungendo alla definizione di una disciplina delle altezze massime degli edifici ammesse nella città e relativa area romana.
26.12.2011
Che cosa è la federproprietà
La Federazione nazionale della proprietà edilizia è nata (originariamente con il nome di Associazione nazionale della proprietà edilizia) in funzione dell’aggregazione in ambito regionale, provinciale e locale di associazioni già esistenti di proprietari immobiliari e per l’eventuale costituzione di altre similari associazioni nelle località che ne fossero prive. Tra i soci di FEDERPROPRIETÀ spicca l’Associazione romana della proprietà edilizia (ARPE) che a Roma e nel Lazio è quella largamente maggioritaria della categoria ed è costituita fin dal 1944. Gli scopi e le azioni volte alla tutela della proprietà sono bene evidenziate nello statuto che ha avuto un recente aggiornamento.

Qui basterà dire che FEDERPROPRIETÀ:

- È stata riconosciuta associazione ambientalista con decreto n. Dec/RAS/011/2006
- È stata chiamata a far parte del Tavolo di concertazione sulle politiche abitative ai sensi della legge n. 9/2007;
- È firmataria della convenzione nazionale che disciplina le locazioni a canone concordato ai sensi della legge n. 431/1998.
- È firmataria del contratto collettivo nazionale di lavoro, sottoscritto anche da UPPI e CONFSAL per i dipendenti da proprietari di fabbricati, depositato presso il Ministero del lavoro il 30.6.2006.
- È firmataria del contratto collettivo nazionale di lavoro, sottoscritto anche da CONFAPPI, UPPI e CONFSAL per colf e badanti, depositato presso il Ministero del lavoro 08.08.2006/17.10.2006
- È accreditata presso tutte le istituzioni del settore, mentre le associazioni ad essa aderenti lo sono in ciascuno dei propri ambiti.
- È spesso stata chiamata a far parte di comitati costituiti a supporto dell’attività amministrativa o a partecipare a procedimenti specifici relativi a scelte di fondo della pubblica Amministrazione.
- È stata altresì presente ad audizioni indette dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, ove ha formulato proposte ed iniziative in ordine ai problemi dell’assetto del territorio e della politica della casa.
- Ha costituito, insieme a CONFAPPI ed UPPI, il Coordinamento unitario dei proprietari immobiliari.
- Mantiene costanti relazioni con enti pubblici ed associazioni private operanti in settori contigui a quello dell’edilizia e dell’urbanistica.
- Pubblica la rivista mensile La proprietà edilizia diffusa su tutto il territorio nazionale ed inviata alle istituzioni nonché ai singoli rappresentanti di essa che si occupano specificatamente dei problemi della proprietà edilizia e dei settori connessi.
- Aderisce, insieme ad altre associazioni della proprietà a CASACONSUM nata per la tutela dei proprietari edilizi nella qualità di consumatori.
- Aderisce all’UNEDI – Unione nazionale esperti di diritto immobiliare – che ha lo scopo di promuovere lo studio e lo sviluppo scientifico del diritto immobiliare riunendo in un unico organismo avvocati ed altri professionisti esperti di tale materia.
- Organizza eventi formativi per l’aggiornamento professionale degli avvocati, autorizzati ed accreditati dal Consiglio dell’Ordine di Roma; tra gli altri, nel 2010, ne ha tenuto uno sul tema «Deontologia forense e problematiche attuali»
- Organizza corsi di formazione per amministratori di condominio
- In qualità di organizzazione costituente l’“Ente bilaterale” (FEDERPROPRIETÀ, UPPI, CONFSAL) promuove corsi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro per dipendenti da proprietari di fabbricati di cui al contratto collettivo nazionale di lavoro di tale categoria.
- Promuove altresì corsi di lingua italiana per colf e badanti, in qualità di organismo costituente l’EBILCOBA di cui al contratto collettivo nazionale di tale categoria.
20.12.2011
Come infieriscono sulla casa
nella sezione documenti del sito potete scaricare un elaborazione sulle nuove tasse sulla casa.

14.12.2011
Lettera al capo del governo sul ritorno dell'Ici
Il Coordinamento chiede di incontrare il presidente Monti Le decisioni del Governo in materia di fiscalit‡ sulla casa hanno destato allarme tra le organizzazioni che tutelano gli interessi della propriet‡ edilizia e costituiscono líoggetto di una lettera inviata al presidente del Consiglio che riproduciamo Signor Presidente, poichÈ non si Ë proceduto ad alcuna consultazione sui problemi della fiscalit‡ immobiliare con chi pi˘ ad essa Ë interessato, e cioË i proprietari immobiliari, questo Coordinamento, che rappresenta associazioni presenti su tutto il territorio nazionale, conosciute da tutte le istituzioni statali, regionali e locali e firmatarie di due contratti collettivi nazionali di lavoro, chiede con urgenza un incontro perchÈ la S.V. on.le possa tener conto delle ragioni di una categoria che rappresenta una grande realt‡ nel contesto della Nazione. Siamo infatti allarmati dalle voci che si rincorrono su puri e semplici aumenti delle imposte sulla casa (compresa quella in cui abita lí80 % degli italiani) che ci riporta ai duri decenni del regime vincolistico delle locazioni che ha fatto pagare ai proprietari costi non pertinenti in quanto relative a situazioni sociali e politiche affatto estranee allíazione della propriet‡. Il ripristino, anche con diverse denominazioni, dellíICI sulla prima casa rappresenterebbe anche un duro colpo alla credibilit‡ del nuovo Governo perchÈ rende palese líintenzione di prendere facili e penalizzanti scorciatoie anzichÈ porre mano alle riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno a partire da quella tributaria. Líincredibile giustificazione Ë che debbono venir tassati i patrimoni immobiliari perchÈ finora i proprietari hanno pagato meno di altre categorie, dimenticando da un lato la pluralit‡ di balzelli che gi‡ gravano sulla casa in maniera abnorme e dallíaltro che la casa Ë un bene primario (tra líaltro il paragone con líEuropa Ë improponibile dal momento che le percentuali di propriet‡ della casa díabitazione negli altri Paesi sono ben lontane da quellí80 % italiano), frutto di risparmi e di sacrifici; senza contare che spesso si Ë fatto riferimento al risparmio privato investito in immobili addirittura quale garanzia del debito pubblico. Non va poi trascurata la circostanza che questi monocordi aggravi sulla casa porteranno ad un brusco arresto delle iniziative sia pubbliche sia private volte a combattere il degrado delle citt‡, per líimpossibilit‡ di provvedere alla manutenzione degli edifici, come lo Ë stato sotto il regime vincolistico, per mancanza di fondi (non puÚ peraltro sottacersi che la manovra in atto si risolver‡ nel deprimere tutti consumi). Confidiamo nellíattenzione che Ella vorr‡ prestare alla presente dandoci la possibilit‡ di meglio e pi˘ diffusamente esplicare le nostre argomentazioni e Le inviamo molti cordiali saluti. Seguono le firme: avv. Michele Pazienza per il Coordinamento, on. Massimo Anderson (FEDERPROPRIET¿), avv. Silvio Rezzonico (CONFAPPI), avv. Giacomo Carini (UPPI).
15.10.2011
Decadenza dai benefici fiscali “prima casa”
Le sanzioni cui va incontro il cittadino che rivenda, prima che siano decorsi cinque anni dall’acquisto, un immobile per il quale ha usufruito dei previsti sconti su tasse e imposte In un’eventuale vendita dell’immobile “prima casa” anteriore ai cinque anni dal relativo acquisto, la decadenza dai benefici non decorre dalla data della cessione, ma dall’anno successivo. Lo ha statuito la Corte di cassazione civile con l’ordinanza n. 3782 del 15.02.2011 che così recita: «a far tempo di un anno dalla data di registrazione del secondo atto di compravendita, con la conseguenza che l’avviso di accertamento dell’Amministrazione deve ritenersi tempestivo, qualora posto in essere entro il termine triennale di decadenza del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, ex art. 76 che decorre dalla scadenza del predetto atto (Cass. n. 28880/2008)». Orbene, qualora vi sia stata una cessione dell’abitazione acquistata con i benefici “prima casa” prima della conclusione del quinquennio, il termine di liquidazione triennale – previsto dall’articolo 76 del DPR 131/1986 – per l’accertamento dell’intervenuta decadenza dalle predette agevolazioni fiscali non si determina a far data dalla cessione dell’immobile bensì dall’anno successivo alla data di registrazione dell’atto di compravendita senza che il contribuente abbia posto in essere un nuovo acquisto. L’acquisto di un immobile come “prima casa” comporta la possibilità di risparmiare sulle tasse da versare a titolo di IVA e sull’imposta di registro, oltre a consentire di beneficiare di sconti fiscali su imposte ipotecarie e catastali. L’applicazione del beneficio fiscale “prima casa” comporta l’applicazione in misura ridotta, secondo i casi, dell’imposta di registro del 3% anziché del 7%, dell’IVA del 4% anziché del 10% e le imposte ipotecaria e catastale in misura fissa anziché del 2% e dell’1%, insomma un rilevante e determinante vantaggio fiscale e di risparmio. Giova ricordare che già in materia d’imposta di registro erano sorte divergenze di vedute in ordine al termine entro il quale gli uffici potevano verificare la sussistenza dei requisiti soggettivi e oggettivi per beneficiare delle agevolazioni fiscali c.d. “prima casa”. A tal proposito, la circolare 14/08/2002 n. 69 della Direzione centrale normativa e contenzioso dell’Agenzia delle entrate ha illustrato l’imposta di registro in merito al termine entro il quale gli uffici possono accertare l’esistenza dei requisiti soggettivi e oggettivi per beneficiare delle agevolazioni fiscali c.d. “prima casa”. La questione verteva tra il termine previsto dall’articolo 74, secondo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 634 (ora articolo 76, co. 2 del testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro, approvato con DPR 26 aprile 1986, n. 131- Testo Unico), secondo cui «l’imposta deve essere richiesta, a pena di decadenza, entro il termine di tre anni», e quello di cui all’articolo 76 del citato DPR n. 634 del 1972 (ora articolo 78 del testo unico), in base al quale «il credito dell’amministrazione finanziaria per l’imposta definitivamente accertata si prescrive in dieci anni». A tal proposito, l’Agenzia delle entrate condivide quanto detto nella sentenza delle Sezioni unite della Cassazione che ritiene valido il termine di tre anni previsto dall’articolo 76, co. 2 del testo unico n. 131/86. Le considerazioni fin qui svolte portano dunque ad affermare, secondo quanto statuito da Cass. con ordinanza n. 3782/2011, che in caso di cessione infraquinquennale di un immobile acquistato con le agevolazioni “prima casa”, il fisco ha tre anni di tempo per liquidare le maggiori imposte dovute dal contribuente, decorrenti non già dalla vendita del bene bensì dalla scadenza dell’anno successivo a tale data. Sono nulli, quindi, tutti gli avvisi di liquidazione inviati dal Fisco oltre tale termine decadenziale. È questa dunque la ricostruzione dei giudici di piazza Cavour che così concludono: «la decadenza dal beneficio, nell’ipotesi di vendita dell’immobile prima del compimento di un quinquennio dall’acquisto, è esclusa, nel caso di acquisto di altro immobile da adibire ad abitazione principale entro un anno dall’alienazione di quello acquistato fruendo dell’agevolazione in parola pertanto, […] la decadenza dai benefici non decorre a far data dall’alienazione dell’immobile, ma a far tempo di un anno dalla data di registrazione del secondo atto di compravendita». Riteniamo, per completezza della fattispecie trattata, informare il cittadino sulle conseguenze sanzionatorie cui va incontro nell’ipotesi di immobile acquistato con agevolazioni “prima casa” e rivenduto prima del decorso di cinque anni. In tale caso, l’acquirente decade dalle relative agevolazioni e l’Amministrazione finanziaria procederà al recupero della differenza fra l’imposta calcolata in assenza di agevolazioni e quella risultante dall’applicazione dell’aliquota agevolata. Inoltre, il fisco provvederà all’emissione della sanzione amministrativa pari al 30% delle maggiori imposte dovute oltre gli interessi di mora. Più precisamente si dovrà recuperare: - il residuo 4% d’imposta di registro o il 6% di IVA; - l’imposta ipotecaria del 2%; - l’imposta catastale dell’1%.
04.05.2011
Contratti di locazione agevolati
Negli uffici dell’ARPE possono essere stipulati contratti di locazione agevolati in base alla legge n. 431/98 e agli accordi territoriali pertinenti intercorsi con il Comune di Roma. Per maggiori informazioni rivolgersi alla signora Bosco, telefono 064845611 (r.a.)
12.03.2011
Servizio ARPE per l’attuazione del piano-casa
La Giunta della Regione Lazio ha approvato una serie di modifiche alla legge 2/8/2009 n. 21 al piano-casa; la legge sarà prevedibilmente emanata entro il 31 marzo.
Per venire incontro alle esigenze dei propri soci, l’ARPE-Federproprietà ha istituito un nuovo servizio completamente gratuito, con tecnici di elevata professionalità che forniranno tutte le informazioni necessarie ad avere piena conoscenza delle norme e delle possibilità di applicarle ai singoli casi.
Il servizio è attivo tutti i giorni lavorativi, dal lunedì al venerdì, dalle 10.00 alle 13.00 e il martedì e giovedì anche dalle 15.30 alle 18.30.
Per quanto attiene alla progettazione l’Associazione indicherà, su richiesta del singolo socio, che ne assume l’onere del compenso, il tecnico più idoneo al raggiungimento del risultato previsto.
12.03.2011
A sorpresa arriva il boom del fotovoltaico
Cresce il consumo di elettricità delle famiglie italiane, con il gas che conferma il proprio primato. Negli ultimi dieci anni, secondo quanto emerge dall’elaborazione dei dati disponibili online dell’archivio statistico di Terna, i consumi di energia elettrica sono cresciuti complessivamente del 7%.
La fonte maggiormente utilizzata è il gas, ma si segnala il boom di eolico e fotovoltaico. Per quanto riguarda il peso delle singole fonti alla copertura della domanda media di elettricità, il gas si conferma come quella maggiormente utilizzata, con punte di circa il 50% nel biennio 2007-2008 (dal 30% del 2001), mentre l’idroelettrico scende dal 17,5% del 2001 al 15,1% del 2010, il termoelettrico sale dal 64,9% al 66,8%, le fonti geotermica, eolica e fotovoltaica crescono complessivamente dall’1,8% del 2001 al 4,6% del 2010. Eolico e fotovoltaico, pur mantenendo livelli modesti in valore assoluto, hanno invece registrato un trend di crescita molto sostenuto: la produzione eolica è aumentata di oltre sei volte (dagli 1,2 miliardi di kWh del 2001 agli 8,4 miliardi di kWh del 2010) e quella fotovoltaica solo nel 2010 è più che raddoppiata passando dai 677 milioni del 2009 a 1.600 milioni di kWh (+136,3%).
Un fotovoltaico dunque da record. A fine 2010 – fa sapere il gestore del sistema elettrico (GSE) – sono stati raggiunti 7.000 MW di potenza installata. Il rovescio della medaglia è nel peso, crescente e incontrollato che il finanziamento di questi incentivi ha sulle bollette degli italiani: 3 miliardi di euro per i prossimi 20 anni.
Se guardiamo alle quantità di pannelli solari stiamo addirittura superando – fanno sapere i dirigenti del GSE – le migliori promesse sulla corsa “verde”, tanto che «nel 2011 potrebbe essere già raggiunto il target di 8 mila megawatt che il Piano di azione nazionale sulle fonti rinnovabili ha previsto per l’anno 2020 per gli impianti fotovoltaici».
«Il business dell’eolico è uno degli affari di corruzione più grandi e la quota di maggioranza francamente non appartiene a noi».
Parole dure quelle del Ministro dell’economia Giulio Tremonti, pronunciate tempo fa a Cortina d’Ampezzo, parole che però, alla prova dei numeri e delle inchieste giudiziarie, rispecchiano la realtà. L’Italia, dopo dieci anni dall’installazione delle prime pale, è al terzo posto in Europa con 5,3 GW [Il gigawatt (simbolo GW) è un’unità di misura della potenza pari a 109 (un miliardo) di Watt, ndr] di potenza installata a giugno 2010, poco sopra Francia (4,5 GW) e Regno Unito (4 GW) ma molto dietro Germania (25,8 GW) e Spagna (19,1 GW).
La parte del leone – per ovvie ragioni naturali – la fa il Sud, che da solo detiene il 98% della potenza installata. La stima è di Nomisma energia che, con l’Osservatorio WindIt, ha analizzato il settore.
In Puglia, Campania e Sicilia si concentrava a fine 2009 il 60% degli impianti eolici, anche se il tasso di crescita più interessante fra il 2008 e il 2009 è stato quello della Calabria con un +131,8%. Significativi anche quelli di Molise (+45%), Sicilia (+44,5%), Puglia e Sardegna (entrambe +33,7%), mentre la media nazionale si è attestata a un +38,5%. È dei giorni scorsi la notizia di un nuovo impianto in provincia di Campobasso. Si tratta di un nuovo parco con 20 torri eoliche per 50 megawatt totali, in località contrada Colle Carbone.
Il Sud dunque continua ad attrarre investimenti, nonostante lentezze legislative e ritardi della burocrazia che rischiano di allontanare l’Italia dall’obiettivo di 16 GW al 2020, indicato nel Piano di azione nazionale inviato a Bruxelles.
Il volume d’affari raggiunge livelli sempre più elevati, alla luce degli investimenti in corso e di quelli programmati nella realizzazione di nuove centrali eoliche. Se si considerano i circa 1.400 MW installati nel solo 2009, in termini finanziari gli investimenti – tra capitali privati e bancari – hanno raggiunto la cifra di 2,5 miliardi, quasi esclusivamente destinati alla realizzazione di centrali eoliche nel Mezzogiorno.
Una manna per le mafie e gli affaristi, a partire dai molti “sviluppatori” che ricercano i siti di potenziale interesse, elaborano progetti preliminari e, una volta ottenuta l’autorizzazione, con in mano un progetto cantierabile, passano alla collocazione sul mercato. «Un mercato di carta, con remunerazioni che si aggiravano nel 2008 intorno agli 8 milioni per un’autorizzazione unica alla costruzione di un impianto da 40 MW – ha spiegato Giuseppe Mastropieri, direttore dell’Osservatorio WindIt – ma oggi, per effetto concomitante della crisi finanziaria e della riduzione delle aspettative reddituali dagli investimenti eolici, il mercato delle autorizzazioni si è sgonfiato e i prezzi stanno evolvendo verso soglie più congrue rispetto all’effettivo valore generato». “Sviluppatore”, ad esempio, era Vito Nicastri, di Alcamo, ritenuto dagli inquirenti la longa manus imprenditoriale del boss latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, al quale il Tribunale di Trapani il 14 settembre ha sequestrato un patrimonio di circa 1,5 miliardi. A Trapani, come altrove in Sicilia, non è la prima inchiesta sul business mafioso del vento e non sarà l’ultima. Lo stesso giorno – nel silenzio più assoluto – la Procura di Crotone indagava su due funzionari degli Uffici tecnici dei Comuni di Melissa e Strongoli e un dirigente della Regione Calabria, che avrebbero fatto carte false per agevolare un investimento eolico con il fiato sul collo della ‘ndrangheta.
In Calabria le prefetture hanno deciso di coordinare gli interventi per arginare la cosiddetta “faida dei boschi” che, oltre a mietere vittime, punta al controllo dell’eolico.
In Puglia, a Sant’Agata di Foggia, due generatori eolici furono abbattuti con la dinamite. Scene simili accadono in Campania.
12.03.2011
FONTI RINNOVABILI Fissate le linee guida nazionali
In dirittura d’arrivo, benché con sette anni di ritardo, le linee guida per la realizzazione degli impianti da fonti rinnovabili che producono energia elettrica. Il documento ministeriale, atteso da tutti gli operatori per dare un quadro di certezze nell’ambito di una normativa regionale contraddittoria e spesso in contrasto con la Costituzione, è passato prima al vaglio dell’Antitrust e poi a quello della Conferenza Stato-Regioni. Poche le modifiche proposte, riguardanti soprattutto i tetti massimi di spese amministrative e le misure di compensazione per l’impatto ambientale a favore degli enti locali. Il passaggio alla Corte dei conti non dovrebbe riservare sorprese, dopodiché si attende la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale: i testi disponibili (che, naturalmente, stabiliscono anche le tipologie degli impianti e le procedure da seguire secondo le varie fonti, indicate nella tabella) sono quindi solo in bozza.
Ora andrà riscritta la corposissima normativa emanata dalle Regioni, che in vari punti si discosta da quella nazionale, per quanto attiene a limiti troppo rigidi sui siti di localizzazione (soprattutto per l’eolico), al versamento di somme spesso esagerate per chi installa, a vantaggi concessi a imprese locali, ma talora anche a misure di facilitazione (estensione della denuncia di inizio attività, al posto dell’autorizzazione unica, ad impianti troppo potenti).
Uno dei punti principali delle linee guida è quello che riguarda le aree escluse dall’installazione. Il fatto che gli impianti da fonti rinnovabili siano opere indifferibili e urgenti di pubblica utilità fa delle esclusioni l’eccezione e non la regola. Solo le Regioni possono deciderle con norme di dettaglio che differenzino gli impianti non permessi in base al tipo di fonte e alla taglia dell’impianto stesso. E i siti non idonei non possono essere «porzioni significative del territorio».
L’esclusione avviene con un’istruttoria in base a criteri di tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, delle tradizioni agroalimentari locali, della biodiversità e del paesaggio rurale. Tale istruttoria deve essere contenuta nell’atto di programmazione con cui si definiscono le misure e gli interventi necessari al raggiungimento degli obiettivi di burden sharing (quota minima di produzione di energia da fonti rinnovabili loro assegnate), in base all’ articolo 2, co. 167, della legge n. 244/2007. Tuttavia, al momento, l’atto di programmazione non è ancora obbligatorio. Le Regioni possono infatti attendere l’emanazione del nuovo decreto che fissa la ripartizione tra gli enti territoriali delle quote verdi per raggiungere l’obiettivo del 17% del consumo interno lordo entro il 2020 (previsto dall’articolo 8 bis della legge 13 del 27 febbraio 2009). Dopo l’emanazione, le Regioni avranno 180 giorni di tempo per intervenire, anche attraverso opportune modifiche e integrazioni delle proprie norme.

Le principali aree indiziate di esclusione sono:

i siti Unesco; quelli nell’elenco ufficiale delle aree naturali protette (compresi quelli in via di istituzione); le zone della Rete Natura 2000; le IBA (Important Bird Areas), le zone umide di importanza internazionale (convenzione di Ramsar del 1971);
le aree comunque tutelate per legge (fino a 300 metri dalla costa marina o dai laghi, fino a 150 metri dai corsi d’acqua, montagne oltre i 1600 metri, vulcani, zone ad usi civici, foreste e boschi), identificate dall’art. 142 del d.lgs. n. 42/2004;
le zone a rischio di dissesto idrogeologico;
le zone che rivestano un particolare interesse culturale, storico e/o religioso;
le aree agricole con produzioni alimentari di alta qualità;
le zone di attrazione turistica a livello internazionale.

Gli aspetti economici sono quelli su cui c’è stato ultimamente più dibattito, anche perché varie Regioni avevano stabilito la sostanziale “tassazione” degli impianti con norme più volte censurate dalla Corte costituzionale. L’Anti-trust, nella sue recente revisione delle norme ha proposto per quanto attiene agli oneri istruttori e alle misure di compensazione dei “tetti” d’importo, con richieste di lievi rialzi a favore delle casse degli enti locali dalla Conferenza Stato-Regioni.
Resta formalmente non dovuto alcun contributo di costruzione per i nuovi impianti, lavori, opere, modifiche, installazioni, relativi alle fonti rinnovabili di energia.
Gli oneri a copertura delle spese istruttorie della pratica possono al massimo essere pari allo 0,02% del costo degli investimenti (0,03% proposto dalle Regioni). Sono escluse misure di compensazione per l’installazione degli impianti a favore delle Regioni e delle Province. Possono però essere previste misure di compensazione a favore dei Comuni, a carattere «non meramente patrimoniale», e nei limiti del 2% dei proventi derivanti dalla valorizzazione dell’energia elettrica prodotta annualmente dall’impianto. Deve quindi trattarsi soprattutto di opere di sistemazione dei siti dove è situato l’impianto, in modo da diminuirne sensibilmente l’impatto sul paesaggio, mentre le compensazioni monetarie sono solo l’ultima spiaggia.
La prima regola è che le compensazioni non debbono essere ”automatiche”, ma legate a precise caratteristiche e dimensioni dell’impianto e del suo impatto sull’ambiente. La seconda è che debbono essere giustificate da «concentrazioni territoriali di attività, impianti ed infrastrutture ad elevato impatto territoriale».
La terza è che debbono essere definite in Conferenza dei servizi, sentiti i singoli Comuni, e non dal Comune autonomamente. Poi bisogna tener conto dell’eventuale applicazione di opere di mitigazione. Infine tutte le misure di compensazione debbono essere volte a incrementare lo sviluppo delle fonti rinnovabili e non essere opere con scopi diversi o una sorta di “tasse” da spendere per altri obiettivi.
Infine, in caso di autorizzazione unica, è prevista una cauzione a garanzia, mediante fideiussione bancaria o assicurativa, a copertura delle opere di rimessa in pristino. I criteri per il calcolo saranno stabiliti “in via generale” dalla Regione, rapportandoli al tipo di impianto e alla sua localizzazione. L’ammontare della cauzione è rivalutato ogni 5 anni sulla base del tasso di inflazione programmata.
Gran parte del contenuto delle linee guida è dedicato al tipo di assensi necessari per l’installazione nonché alla documentazione da allegare. Nella tabella abbiamo sintetizzato in quali casi basta una semplice Comunicazione in Comune, quando invece è necessaria la denuncia di inizio attività (DIA) e quando infine occorre ottenere l’autorizzazione unica. Le linee guida chiariscono che in caso di semplice comunicazione, le eventuali opere per la connessione alla rete elettrica vanno autorizzate separatamente.
Quindi, può capitare di dover chiedere comunque la DIA per poter essere “in rete”, soprattutto quando il sito dove avviene l’installazione dista notevolmente dalla rete stessa. Inoltre alla Comunicazione va allegata una relazione tecnica del progettista quando le opere sono inquadrate nella categoria della manutenzione straordinaria.
Naturalmente la relazione è prevista anche in caso di DIA, che è titolo per acquisire concessioni di derivazioni ad uso idroelettrico, autorizzazioni ambientali, paesaggistiche, di tutela storico-artistica, della salute o della pubblica incolumità, che andranno allegate alla documentazione.
Il richiedente, comunque, deve avere diritti reali sulla aree o sui beni interessati, altrimenti occorre comunque ricorrere all’autorizzazione unica.
È il caso in cui un’impresa impiantistica propone a un privato titolare di un terreno, compensandolo per “il disturbo”, di realizzare un impianto di cui resta proprietaria.
Il decreto elenca poi puntualmente i contenuti minimi dell’istanza per ottenere l’autorizzazione unica (progetto, relazione tecnica, attestazioni di disponibilità dell’area, concessioni e preventivi per gli allacciamenti, destinazione urbanistica, cauzioni, oneri istruttori eccetera). Ma, soprattutto, si ripercorrono tempi e modi per ottenere l’autorizzazione.
L’allegato 4, infine, è dedicato ai criteri per il corretto inserimento nel paesaggio degli impianti eolici, che tengono conto anche dell’impatto su flora e fauna.
Di grande interesse sono le misure consigliate per mitigare tale impatto che, se progettate, possono ridurre o eliminare del tutto le misure di compensazione a favore del Comune.
Qualche esempio? Il criterio di assumere una distanza minima tra le macchine di 5-7 diametri sulla direzione del vento e di 3-5 diametri sulla direzione perpendicolare a quella prevalente del vento. Oppure quello di assecondare le geometrie del territorio quali, ad esempio, una linea di costa o un percorso esistente. E ancora: interramento dei cavi, viabilità di servizio non asfaltata, soluzioni cromatiche neutre e vernici antiriflettenti, distanze prefissate da punti panoramici o da luoghi di alta frequentazione da cui l’impianto può essere percepito.
12.03.2011
ACEA-ATO 2: aumenti esorbitanti dei depositi, CASACONSUM avvia procedimento d’indagine
Dallo scorso mese di gennaio 2010 la società ACEA ATO 2 sta procedendo con l’aggiornamento delle somme dovute dagli utenti a titolo di deposito cauzionale, ai sensi di quanto previsto dall’art. 4, comma b, del regolamento di utenza.
Ciò comporta un aumento esorbitante del deposito versato al momento della stipulazione dei contratti di utenza acqua. Secondo CASACONSUM tale iniziativa potrebbe rappresentare una pratica commerciale scorretta e pertanto ha avviato, tramite l’avv. Maria Letizia Magno, un procedimento d’indagine avanti all’Autorità garante della concorrenza e del mercato.
Si invitano i soci che riscontrassero tali aumenti a rivolgersi agli uffici di CASACONSUM (via San Nicola da Tolentino, 21 – Roma) per ricevere tutela dei loro interessi.
AVVISI AI SOCI

LETTERA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Il testo completo della lettera inviata dal coordinamento al Presidente del consiglio On. Mario Monti
Potete scaricarla direttamente da qui.
Scarica.

Nella sezione documenti del sito potete scaricare un esempio pratico di come verranno calcolate le nuove tasse sulla casa.
Contro i provvedimenti di Equitalia gerit

Per contrastare provvedimenti iniqui o privi di fondamento dell’Agenzia di riscossione dei tributi Equitalia Gerit in materia di:
• Cartelle di pagamento
• Iscrizioni di ipoteca
• Fermi amministrativi
• Solleciti e/o intimazioni di pagamento
L’ARPE-FEDERPROPRIETÀ ha istituito un nuovo servizio di consulenza gratuita per i propri soci, che si svolgerà nella sede dell’Associazione (via San Nicola da Tolentino n. 21, Roma, Metro A, Stazione Barberini):
TUTTI I MERCOLEDI DALLE ORE 10:00 ALLE 13:00.
PER PRENOTAZIONI CHIAMARE IL TEL. 06485611
NUOVO SERVIZIO 770

Caro Amministratore,
da quest’anno l’A.r.p.e. al fine di rendere piu’ rapido ed efficiente il servizio curerà integralmente all’interno della propria struttura con proprio personale specializzato l’elaborazione e l’invio del modello 770/2012, il cui costo anche per quest’anno non ha subito alcun aumento.

A partire dal 2012 abbiamo attivato altri due servizi:
- Gestione contabilità amministratori, società, professionisti
- Compilazione certificazioni ritenute d’acconto


LA SERVIZI CONTABILI snc IN LIQUIDAZIONE O ALTRE STRUTTURE ESTERNE NON SVOLGONO ALCUN SERVIZIO PER L'A.R.P.E.

Per informazioni:
Consulente del lavoro Alba Moschella
Dott.ssa Monica Argenio
via S.Nicola da Tolentino 21 - Roma Tel. 06/485611
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