Pesa solosulla casala ricetta Monti
Le manovre anti-crisi colpiscono pesantemente il settore immobiliare. Poca equità nei provvedimenti di risanamento: 22 miliardi di tasse
Sacrifici per tutti, ma per qualcuno di più. La medicina del decreto «Salva Italia» è più amara per il ceto medio, per “i soliti noti”, per i proprietari di case e più in generale per i possessori di beni immobili (cantine, box, garage, capannoni, casolari rurali fino alla seconda casa ricevuta magari in eredità al paese d’origine). La sfida per uscire dal tunnel della crisi è dura. L’ha ricordato il Capo dello Stato Giorgio Napolitano che ha sollecitato un grande sforzo collettivo. Servono 150 miliardi di euro nel giro di poco tempo per abbattere il debito pubblico, oggi attestato intorno ai 1900 miliardi. L’agenda degli impegni che sta davanti al governo Monti presenta un percorso arduo e irto di ostacoli.
Le stangate si susseguono alle stangate: infrastrutture, liberalizzazioni, stretta sulle spese della pubblica Amministrazione. E poi, aumenti dei prezzi dei carburanti, delle autostrade, revisione delle rendite catastali che si aggiungono ai provvedimenti varati dal Parlamento prima di Natale con il decreto «Salva Italia», destinati al consolidamento dei conti pubblici.
Ben 11-12 dei diciotto miliardi di nuove tasse (dell’ordine dello 0,4 e dello 0,76 per cento delle rendite catastali rivalutate per la non indifferente quota del 60%) arriveranno dai prelievi statali e comunali; gli introiti saranno divisi a metà. E come se non bastasse ecco pronta per la “fase due” un nuovo intervento sulla casa che consisterà nel legare il valore fiscale degli immobili a quello di mercato, con tutte le incertezze del caso. Una misura che secondo alcuni esperti diverrà una specie di patrimoniale mascherata.
Il cuore della quarta manovra del 2011 è costituito dall’aumento della tassazione che colpisce duramente la casa. Anche il governo (che, come scrive lo stesso Monti, ha ricevuto dal Capo dello Stato e dalla fiducia del Parlamento un mandato di corta durata con il severo impegno di aiutare l’Italia a uscire da una crisi gravissima) non è sfuggito al vizio antico di riesumare il linguaggio “politichese” per ammantare una verità sulla bocca di tutti: lo Stato fa cassa sfruttando la propensione degli italiani ad avere e quindi acquistare con risparmi o mutui un appartamento per sé e per i propri figli. Un bene considerato rifugio e garanzia per il futuro.
La mazzata sulla casa parte ora dall’IMU, l’imposta municipale unica, già prevista dal 2014 per inglobare le tante voci della tassazione locale. Con la novità che è soppressa l’esenzione dell’ICI sulla prima casa, norma introdotta nel 2008 dal precedente governo Berlusconi come anticipo di altre detassazioni che avrebbero dovuto costituire il nocciolo centrale dell’attesa e mai realizzata riforma fiscale.
L’IMU non sarà l’unica imposta comunale perché sarà affiancata dalla RES, l’imposta sui rifiuti e sui servizi in sostituzione della TARSU e della TIA, le tasse sull’ambiente. Il regolamento di attuazione della RES sarà, comunque, varato entro il 31 ottobre 2012.
L’insistenza dei provvedimenti sull’imposizione immobiliare lascia perplessi gli operatori del settore, i proprietari che con tanti sacrifici hanno acquistato una casa e quindi le famiglie. Da decenni si parla di una revisione attendibile dei valori del catasto ma il mercato, le città, le abitazioni negli ultimi venti anni sono profondamente cambiati. I valori catastali fermi al 1988-9 furono rivalutati del 5% nel 1997 dal governo Prodi.
Dal primo gennaio 2012 l’aggiornamento lineare, cioè uguale per tutti gli immobili, diventa più pesante e si abbatterà su valori fiscali non adeguati alla realtà, determinando forti sperequazioni. Ci sono, infatti, le situazioni delle piccole città in cui le quotazioni immobiliari sono cresciute meno che nei grandi centri, quartieri che hanno beneficiato di nuove infrastrutture o progetti di recupero. Ci sono abitazioni classificate in catasto a livello modesto (case popolari) che sono state ristrutturate o vendute dagli enti.
La progressività così dei tributi immobiliari in funzione del numero dei beni posseduti, del loro valore o del patrimonio del proprietario si è scontrata con la realtà. Il governo Monti e i suoi Ministri tecnici, nel dover fare cassa con urgenza, hanno scelto la via più breve: hanno preso i parametri già esistenti e li hanno aumentati in maniera lineare con il risultato che l’Erario incasserà ben undici miliardi, ma cresceranno anche le sperequazioni. Si dà il caso, per esempio, che a Milano o Roma ci siano case d’epoca in zone centrali considerate dal catasto alla stregua di case economiche o popolari.
L’IMU non solo manda a casa l’ICI ma diventa l’imposta sul possesso d’immobili com’era accaduto per la tassa di circolazione delle auto, compresa l’abitazione dove il proprietario ha la residenza e ci vive nonché delle pertinenze. La base imponibile per le seconde case è calcolata sulla rendita catastale rivalutata del 5% e moltiplicata per 160, che rappresenta un ben 60 per cento di aumento. L’aliquota base è fissata allo 0,76%. I Comuni potranno aumentarla o diminuirla al massimo di 0,3 punti oppure ridurla fino allo 0,4 per cento in caso d’immobili locati.
Sulla prima casa l’aliquota è dello 0,4% con una detrazione di 200 euro.
I Comuni potranno aumentare o diminuire l’aliquota dello 0,2 al massimo oppure aumentare la detrazione.
La variazione degli estimi catastali vale solo ai fini del nuovo tributo comunale, non riguarda l’Irpef e le imposte per il passaggio di proprietà. Questo tipo di manovra, osserva l’Istat, aggraverà la situazione di un milione e 600 mila famiglie a rischio povertà, proprietarie di una casa e che hanno come unica fonte di reddito una pensione a volte al minimo (467 euro al mese). Per calcolare la propria IMU occorrerà moltiplicare per 160 l’ultima rendita catastale rivalutata del 5%.
Aumenteranno anche i coefficienti per gli esercizi commerciali, per gli studi professionali, per le aree fabbricabili e i terreni. Il moltiplicatore per i negozi e botteghe è ridotto al 5%. Il ritorno alla tassazione patrimoniale della prima casa dovrebbe far incassare 5 miliardi e quella sulle seconde porterà nelle casse comunali più introiti della vecchia ICI: praticamente tra i 20 e i 22 miliardi di gettito.
Ma non è finita. Ai Comuni è lasciata la facoltà per le seconde case (secondo le statistiche, circa 6 milioni d’immobili) di far oscillare l’aliquota base tra il 6 e il 7,5 per mille di ben 3 punti in più senza concedere alcuna franchigia. Secondo alcuni calcoli, infine, l’IMU dovrebbe indebolire la cedolare ossia erodere del 30 % il risparmio fiscale introdotto con la “tassa piatta”.
L’inasprimento medio del tributo potrebbe quindi avere gravi conseguenze sul mercato immobiliare già in carenza d’ossigeno per la stretta sui mutui operata dalle banche alle prese con la scarsa liquidità e la necessità di ricapitalizzare chiesta dall’Europa e dalle norme di Basilea 3.
L’impianto della revisione catastale non convince, perché in pratica i proprietari sarebbero tassati due volte: sul reddito e sul valore. In sostanza, si passerà da un sistema basato sul reddito prodotto dall’immobile a un altro commisurato al valore legato al mercato che, si sa, è molto volatile. Il rischio è che siano state gettate le basi per una patrimoniale permanente, quando invece alcune sperequazioni possono essere corrette attraverso procedure di “classificazione” le cui fasce sono oggi ben undici.
I toni drammatici con i quali il premier ha illustrato in Parlamento, alle forze sociali e ai partner europei l’operazione «Salva Italia» non ammettono fuga dalle responsabilità. La cascata di nuove tasse è, comunque, superiore ai tagli di spesa, compresi quelli alla politica (dubbie sono le riduzioni delle indennità ai parlamentari, così come i tagli agli enti locali inutili; positiva la riduzione dei membri delle Authority da 50 a 28 e, come buon esempio, la rinuncia di Monti al compenso come presidente del Consiglio e Ministro dell’economia).
Preoccupa anche la possibilità di aumento delle addizionali da parte delle Regioni e dei Comuni. L’ultima sorpresa scoperta dai contribuenti italiani è che l’addizionale Irpef regionale sale con effetto sull’anno d’imposta 2011 dallo 0,9 all’1, 23 per cento. Un duro colpo sulle buste paga di lavoratori e pensionati.
Nonostante tutti questi meccanismi la pressione sul debito italiano non si è allentata, il differenziale tra i titoli decennali e i Bund tedeschi è rimasto alto, oscillando sopra o poco sotto i 500 punti base, per la Borsa è stato un anno di passione, la crisi ha schiacciato Piazza Affari che vale ora solo il 20% del PIL. Un italiano su quattro è a rischio povertà. Milioni di lavoratori, pensionati, professionisti, dovendo fare i conti dell’impatto dei provvedimenti saranno costretti a modificare assetti di vita. Anche la Corte dei conti ha osservato che c’è il rischio di una spirale negativa, poiché l’aumento dell’IVA e delle accise avrà l’effetto di far crescere l’inflazione. Per il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco il provvedimento era necessario e urgente ma ora occorrono misure per la crescita e il lavoro. Gli interventi concentrati per 2/3 sulle entrate portano la pressione fiscale a circa il 45 per cento e avranno effetti restrittivi sul prodotto interno lordo pari a mezzo punto nel biennio per cui saranno necessarie correzioni per rimettere in moto la crescita.
Anche il Vaticano, alle prese con la questione delle esenzioni ICI-IMU (lo sconto vale 400 milioni), ha ritenuto che si è fatto poco sul fronte dell’equità. Per l’economista francese Jean-Paul Fitoussi senza un’azione europea la sola manovra italiana non basta. Dieci anni fa l’Europa creò la moneta unica per mettere fine alla speculazione dei mercati sui tassi di cambio tra le monete europee. Oggi la speculazione si è spostata sui tassi di cambio tra i debiti pubblici europei. Il problema dell’euro quindi non è monetario ma di unità politica dell’Eurozona e quindi del disaccordo tra i Paesi sulle soluzioni da adottare. Per questo Monti ha avuto un “bilaterale” con Angela Merkel, oltre a incontrare Nicolas Sarkozy, il premier britannico David Cameron e il presidente della BCE Mario Draghi. Entro il 1° marzo è previsto l’avvio dei negoziati sui trattati che dovrebbero portare all’Unione di bilancio.
Gli altri due fronti del governo sono le trattative con i partiti sui provvedimenti per evitare agguati in Parlamento e il dialogo con i sindacati, ancora molto scettici, tanto da chiedere chiaramente di affrontare insieme a Palazzo Chigi i problemi del mercato del lavoro, della previdenza e della crescita. Le confederazioni dei lavoratori chiedono un «patto sociale per garantire maggiore equità»: di stare con i lavoratori e non con le lobby.
All’osservazione che nel pacchetto c’era ben poco per lo sviluppo, il governo ha risposto avviando, con la fase 2, un percorso di riforme, dalle liberalizzazioni alla concorrenza, dal fisco alle semplificazioni burocratiche, denominato «Cresci Italia». Sarà ridotta l’Irap alle aziende che assumono donne e giovani per far fronte alla piaga della disoccupazione che resta a livelli alti. Sarà defiscalizzato l’impatto dell’Irap sui risultati delle imprese e premiato l’imprenditore che mette capitali nelle proprie aziende; torna l’Istituto per il commercio estero (ICE) per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese.
Per il settore bancario la manovra è una specie di manna. Su indicazione dell’UE, permette alle banche di accedere a garanzie dello Stato quando emettono obbligazioni finanziarie con l’obiettivo di assicurare maggiore liquidità al sistema. Si torna a parlare di rilanciare gli investimenti in infrastrutture con i primi 5 miliardi dei 40 complessivi sbloccati dal CIPE, agevolando il capitale privato, e anche di rifinanziare il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese.
Siamo al «calcio d’inizio» di una nuova partita, come sostenuto dal Financial Times? Anche per il presidente Giorgio Napoletano si tratta «solo di un primo passo».
Le scelte da fare sono ancora tante a partire dalla correzione dei conti pubblici dovendo tenere conto che prima della manovra di domenica 7 dicembre i dati economici presentavano una crescita negativa dello 0,5% e che invece a causa della recessione nell’eurozona la caduta del reddito in Italia nel 2012 sarà più accentuata.
Il Governatore della Banca d’Italia l’ha stimata in mezzo punto di crescita in meno. Solo se si riducono le spese, scrivono Alberto Alesina e Francesco Gavazzi sul Corriere della Sera, accompagnate da riforme strutturali e liberalizzazioni si ricrea un effetto fiducia. Le strade non mancano. Si doveva agire con più determinazione sui costi della politica, riducendo i trasferimenti a Camera e Senato, ridurre le scorte e le auto blu, agire nel campo delle privatizzazioni intervenendo su Enel, Finmeccanica, ENI, Poste, Ferrovie o sulla miriade di municipalizzate con grosse strutture come ACEA, Hera, A2A, Iren.
Occorrerà intervenire, prima che la recessione faccia sentire i suoi effetti, avviando quelle riforme di cui si parla da anni (mercato del lavoro, giustizia civile, snellimento delle procedure amministrative, lotta all’evasione e all’illegalità, professioni).
In una parola modernizzare e liberalizzare la struttura del Paese. Altrimenti il rischio è che neppure le manovre “lacrime e sangue” siano sufficienti.